Nel cuore dell’hinterland milanese, Sesto San Giovanni sta vivendo una crisi infrastrutturale senza precedenti. Blackout ripetuti, interruzioni di corrente prolungate e tensioni crollanti stanno trasformando la città in un laboratorio involontario dei difetti strutturali della rete elettrica italiana di fronte alle sfide della modernità.

Negli ultimi giorni di giugno 2026, le interruzioni si sono moltiplicate in diverse zone della città: via Fratelli di Dio, via Croce, via Martesana, via Dante, via Achille Grandi. In alcuni casi, interi edifici sono rimasti senza corrente per più di 14 ore consecutive. Gli anziani rimangono intrappolati negli appartamenti al buio, senza aria condizionata durante ondate di caldo estremo. I frigoriferi si riscaldano, i cibi vanno a male, gli ascensori si bloccano lasciando gli abitanti intrappolati. È il caos.

Le cause sono già note: le infrastrutture elettriche della città stanno crollando sotto il peso del caldo torrido e della conseguente esplosione della domanda energetica, ma il problema è più complesso di quanto possa sembrare a prima vista.

Sesto San Giovanni è gestita dal distributore E-Distribuzione, la principale azienda italiana di distribuzione dell’energia elettrica. La rete che alimenta la città è strutturata secondo un modello gerarchico che parte dalle dorsali principale (le “spinal cord” dell’infrastruttura) fino ai piccoli rami che raggiungono singoli condomini.

La caratteristica geografica di Sesto San Giovanni la rende particolarmente vulnerabile: è una città industriale nata per servire le fabbriche, con una densità abitativa molto elevata e un elevato numero di condomini. Ogni volta che aumenta il consumo, l’intero sistema viene sollecitato in modo significativo.

Le zone più critiche, quelle che frequentemente vanno in blackout, si concentrano nella periferia sud-est della città: il quartiere Adriano, Rondò, ma anche aree centrali come piazza IV Novembre, largo Lamarmora, viale Edison e viale Italia. È una mappa del disagio che si ripete puntualmente ogni estate.

Quando a San Giuliano Milanese la situazione è diventata drammatica con tre giorni consecutivi di blackout, è emerso il vero problema: guasti su ben tre dorsali di collegamento alle cabine di distribuzione. Una conseguenza della struttura fragile della rete.

Le dorsali sono i cavi principali che distribuiscono l’energia dalle stazioni di trasformazione alle sottostazioni secondarie e infine agli utenti finali. Quando una dorsale si danneggia, non è un singolo edificio a rimanere al buio, ma interi quartieri. E il danno è spesso complesso da identificare e riparare.

Il problema fondamentale è che queste infrastrutture sono state progettate e installate decenni fa, quando i consumi energetici erano incomparabilmente inferiori. La città è cresciuta, i consumi si sono moltiplicati, ma le dorsali sono rimaste le stesse: sovradimensionate dai consumi attuali, fragili, invecchiate.

Enel e E-Distribuzione hanno dovuto ricorrere a generatori temporanei per gestire le emergenze – è la medicina del paziente agonizzante, non la terapia che cura il problema strutturale.

La causa scatenante è il caldo. Non uno qualsiasi, ma il caldo africano che sta colpendo l’Europa. Nel mese di giugno 2026, Milano e provincia hanno registrato temperature eccezionalmente elevate, con picchi che hanno sollecitato pesantemente i sistemi di climatizzazione.

Quando il termometro sale oltre i 35 gradi, il comportamento dei consumatori cambia radicalmente. I condizionatori e i climatizzatori vengono accesi quasi 24 ore al giorno, trasformando ogni appartamento in una fortezza raffreddata. Il risultato è esplosivo: il consumo di energia per la climatizzazione può raggiungere punte fino al 30-40% della domanda totale in una città come Milano.

La rete, già sotto pressione, collassa. Non è solo una questione di mancanza di capacità: è il fatto che tutta questa domanda si concentra negli stessi orari (il pomeriggio e la sera, quando il caldo è più intenso), creando un picco di carico che la rete non riesce ad assorbire.

A Sesto San Giovanni, il sovraccarico ha causato cali di tensione che hanno bloccato ascensori, spento frigoriferi, acceso allarmi in ospedali. È il dramma della fragilità infrastrutturale che si concretizza in sofferenza umana reale.

Qui emerge il paradosso della transizione energetica: proprio le tecnologie che dovrebbero salvare il pianeta stanno creando ulteriori problemi alla rete già fragile.

Gli impianti fotovoltaici sono diventati sempre più diffusi in Lombardia, promessi come salvatori dell’energia pulita. Ma la loro natura intermittente crea un problema tecnico serio.

Un impianto fotovoltaico produce quantità diverse di corrente a seconda della stagione, delle condizioni meteorologiche, del momento del giorno. Un pomeriggio nuvoloso di giugno può veder crollare la produzione da 70-80 kW a 10 kW nel giro di minuti. L’inverter si sincronizza con la rete, tentando di immettere energia nel sistema quando ne produce, e prelevando quando non ne produce.

Il risultato è una variabilità che la rete deve gestire. Quando centinaia di impianti fotovoltaici immettono simultaneamente energia in rete durante le ore di sole, si creano sovratensioni locali. Gli inverter fanno aumentare leggermente la tensione per poter “prevalere” sulla rete e immettere energia. Se molti inverter agiscono contemporaneamente in una zona, il livello di tensione locale può balzare oltre i limiti consentiti.

Inoltre, l’immissione variabile di energia fotovoltaica rende ancora più complessa la previsione dei consumi effettivi della rete. Le dorsali devono gestire non solo la variabilità della domanda (che aumenta col caldo) ma anche la variabilità dell’offerta (che cala quando è nuvoloso).

La diffusione delle auto elettriche è stata celebrata come parte essenziale della decarbonizzazione. Ma ogni auto elettrica è un nuovo consumatore di energia domestica.

Una ricarica domestica tramite wallbox richiede tipicamente tra 3 e 11 kW di potenza continuativa, a seconda del tipo di stazione. Quando una famiglia ricarica l’auto la sera, sta aggiungendo un carico significativo all’impianto domestico, che si somma ai condizionatori già accesi, al frigorifero, ai forni, alle luci.

In un condominio di 100 famiglie dove, diciamo, 20 proprietari decidono di ricaricare contemporaneamente le loro auto (scenario sempre più probabile negli orari serali), il consumo totale sale vertiginosamente. La rete municipale, e soprattutto le dorsali, devono gestire questo picco improvviso.

Mancano ancora sistemi intelligenti di gestione del carico diffusi su larga scala (come il “load balancing” che adatta la ricarica ai consumi effettivi disponibili in casa). Nel frattempo, molti edifici semplicemente non hanno infrastrutture adeguate per gestire un numero significativo di wallbox simultanee.

Un problema raramente discusso, ma sempre più rilevante, è l’energia reattiva generata dagli impianti di illuminazione moderna a LED.

I LED sono eccellenti dal punto di vista del risparmio energetico: rispetto alle vecchie lampade al sodio ad alta pressione, richiedono significativamente meno energia. Gli impianti di illuminazione pubblica hanno subito una trasformazione massiccia negli ultimi decenni, con città intere che hanno sostituito i vecchi lampioni con LED.

Ma c’è un’insidia tecnica: i LED sono carichi non lineari. Utilizzano convertitori di potenza (driver) che non consumano solo energia attiva ma anche energia reattiva. Questa energia reattiva non produce lavoro utile (la luce), ma occupa spazio sulla rete, innalzando il fattore di distorsione armonica della corrente.

La rete deve gestire questa energia reattiva quasi come se fosse energia attiva. Se in un edificio o in una zona della città ci sono migliaia di corpi illuminanti a LED, l’accumulo di energia reattiva può diventare significativo. Peggio ancora: quando le lampade LED sono equipaggiate con alimentatori non regolati o mal progettati, generano armoniche che disturbano altri equipaggiamenti sulla rete.

Non è la causa principale dei blackout a Sesto San Giovanni, ma è un fattore che contribuisce al degrado complessivo della qualità della rete, rendendo le dorsali ancora meno stabili e affidabili.

Lo scenario è diventato claustrofobico per i residenti di Sesto San Giovanni. Un guasto a una dorsale non è un problema isolato: è il detonatore di una crisi sistemica.

Quando una dorsale si guasta durante un’onda di caldo, il carico che normalmente alimentava viene improvvisamente deviato alle dorsali adiacenti. Queste dorsali, già sollecitate dai consumi elevati, vengono spinte oltre il loro limite. Il risultato è che saltano anche loro, o vanno in protezione (si “staccano” automaticamente per evitare danni irreversibili).

Così un singolo guasto si trasforma in una cascata di interruzioni. Una zona della città rimane al buio, il carico viene redistribuito, altre zone saltano, il carico viene redistribuito di nuovo, e così via. Nel giro di ore, vaste aree urbane rimangono isolate.

Questo è esattamente quello che è successo a San Giuliano Milanese con tre dorsali simultaneamente fuori servizio. E la stessa dinamica si sta ripetendo a Sesto San Giovanni, dove i tecnici di Enel hanno dovuto piazzare generatori temporanei per contenere i danni.

Le conseguenze umane sono concrete e devastanti. Le testimonianze dei residenti di via Fratelli di Dio raccontano di famiglie intere rimaste senza corrente per ore durante l’onda di caldo più intensa. Una mamma di un bambino che utilizza un ventilatore per l’ossigenazione è rimasta al buio senza alcun supporto dalle autorità. Anziani bloccati negli appartamenti al piano alto, senza ascensore. Frigoriferi che si riscaldano, costringendo famiglie a buttare via cibo, con ripercussioni sul bilancio familiare.

Per le attività commerciali la situazione è ancora più grave: gelatai, pasticcerie, macellerie sono state costrette a chiudere i battenti perché senza corrente non potevano mantenere i loro prodotti a temperature sicure. La perdita economica è immediata e tangibile.

Tutto questo accade in Italia, un paese che si è impegnato pubblicamente nei confronti dell’Unione Europea per la decarbonizzazione e la transizione energetica. Eppure, la realtà è che le infrastrutture elettriche fondamentali non sono state adeguatamente aggiornate per supportare questa transizione.

Non basta installare pannelli solari e promuovere auto elettriche se le dorsali che devono trasportare questa energia sono obsolete e fragili. Non basta passare al LED se nessuno ha pensato ai problemi di armonica che ne derivano. Non basta spingere per la climatizzazione se la rete non è dimensionata per gestire il carico che ne consegue.

Sesto San Giovanni è diventata un caso di studio involontario di questa mancanza di visione integrata. La città è intrappolata fra vecchie infrastrutture e nuove tecnologie, fra promesse di sostenibilità e realtà di blackout, fra la necessità del raffreddamento climatico e l’incapacità della rete di fornire l’energia necessaria.

Per risolvere il problema, servirebbero interventi su molteplici livelli:

  1. Ammodernamento delle dorsali: Non basta posare pezze temporanee. Serve un piano strutturale di sostituzione e potenziamento delle dorsali, con finanziamenti adeguati e cronoprogrammi realistici.
  2. Gestione intelligente dei carichi: Implementare su larga scala sistemi di load balancing per auto elettriche, climatizzatori intelligenti, e demandazione temporale dei consumi durante le ore di punta.
  3. Accumulo energetico diffuso: Batterie domestiche, batterie per auto (vehicle-to-grid), e sistemi di accumulo locale che possono immagazzinare energia da fotovoltaico durante il giorno e rilasciarla quando la rete è sotto pressione.
  4. Qualità della rete: Regolamentare rigorosamente la qualità dei LED e degli inverter fotovoltaici per minimizzare l’energia reattiva e le distorsioni armoniche.
  5. Prevenzione attraverso il progetto: Modificare le norme di costruzione per garantire che i nuovi edifici abiano sistemi di raffreddamento più efficienti (isolamento termico, ventilazione passiva) e infrastrutture elettriche interne adeguate a supportare i nuovi carichi.

Sesto San Giovanni rappresenta un microcosmo dei problemi che stanno colpendo l’Italia intera. Una popolazione che cresce, consumi che aumentano, tecnologie che si moltiplicano, ma infrastrutture critiche che rimangono ferme al passato.

L’ironia amara è che la transizione verso l’energia pulita (auto elettriche, fotovoltaico) è diventata essa stessa una fonte di destabilizzazione per una rete che non è stata preparata ad accoglierla. Nel frattempo, il caldo extremo continua a spingerci verso una sempre maggiore dipendenza dalla climatizzazione, creando un circolo vizioso di domanda energetica crescente e rete sempre più fragile.

Se non si interviene con urgenza e con una visione sistemica, il rischio è che altre città come Sesto San Giovanni diventeranno invivibili durante i mesi estivi, non per il caldo stesso, ma per l’incapacità della rete elettrica di fornire l’energia necessaria a farvi fronte.